In contrapposizione con un orizzonte temporale “Breve”, classifico come “Medio” quel periodo di investimento che copre usualmente 4 o 5 anni.
Nella mia esperienza, si tratta di uno dei periodi più sensati per chi desidera valutare i risultati della propria strategia all’interno di un ciclo economico compiuto — quel lasso di tempo che gli economisti identificano tra una fase di espansione e la successiva fase di rallentamento o recessione.
Usualmente la letteratura finanziaria ci ha abituato a una dicotomia netta: l’investimento a ‘Breve Termine’ (per asset che devono rimanere liquidi) contrapposto al “Lungo Termine” (l’orizzonte ideale per sfruttare la capitalizzazione composta).
La realtà, tuttavia, ci dice che la stragrande maggioranza degli investitori ragiona su archi temporali medi (4-5 anni) o al massimo medio-lunghi (6-7 anni).
Questa scelta è dettata da molteplici fattori: l’evoluzione delle esigenze personali, i cicli di vita familiare e, non ultimo, i bias cognitivi. La mancanza di metodo e disciplina spesso accorcia la visione dell’investitore, un limite che può essere superato solo ricorrendo a una consulenza adeguata che sappia trasformare l’emotività in metodo.
I nostri 4-5 anni rappresentano la durata tipica di un piano d’accumulo o la scadenza di un’obbligazione governativa a medio termine. È un periodo in cui il risparmiatore può aspettarsi cambiamenti nel proprio stile di vita, ma raramente stravolgimenti radicali: lo stile di vita a 35 anni non differisce drasticamente da quello che si ha a 30.
Asset allocation Rischio Basso, Orizzonte Temporale Medio
Tecnicamente, questo orizzonte è ideale per proteggere il capitale attraverso il Maturity Matching (la corrispondenza tra la scadenza dei titoli e l’obiettivo temporale), ma rimane troppo breve per assorbire i cicli di recupero di asset eccessivamente volatili o settoriali, che possono soffrire di trend ribassisti ben più persistenti.
Se nel breve termine il mercato è una “macchina per votare” dominata dal sentiment, nel medio termine inizia finalmente a diventare una “bilancia” capace di pesare il valore reale degli asset. L’asset allocation che segue, di conseguenza, è pesata per bilanciare questa esigenza di rendimento con una rigorosa protezione del capitale.
Incrementando il periodo d’investimento oltre i 3 anni e raggiungendo al massimo i 5 anni per valutarne i risultati possiamo fare una serie di valutazioni su come mantenere, al termine un “basso” rischio di riportare risultati economici (come al solito parametrato alla storia degli asset d’investimento).
Se il mantenimento di una probabilità minima di non riportare danni economici può essere perseguito con una minore quantità di “capitale certo”, l’esposizione al capitale di rischio ed azionario deve essere comunque contenuta ad un livello tale che il rendimento della parte azionaria sia sufficiente a proteggere l’eventuale perdita su base 60 mesi.
Assumerci un rischio “Minimo” non significa certo immobilizzare il capitale in un conto corrente (personalmente anche un conto vincolato a 5 anni potrebbe essere una scelta ben poco diversificata), ma costruire una struttura finanziaria la cui probabilità statistica di presentare un segno negativo al termine del quinquennio sia prossima allo zero.
Definiamo questo approccio come la ricerca della protezione del capitale nominale, accettando una crescita contenuta in cambio di una “serenità deterministica”. Un’alternativa ancora più forte, nota come approccio “Conservativo” al capitale è espressa dal calcolo del rendimento certo offerto dal capitale di debito accettando un pari “spread probabilistico” di perdita (il capitale certo “copre” il rischio azionario). Attenzione perché se questo può apparire un metodo più “sicuro” in realtà per me, sull’orizzonte temporale a 5 anni, confligge con il concetto di basso rischio.
Avremmo un’equazione in cui la possibile variazione negativa tra il valore del capitale azionario all’anno 5 rispetto all’anno 1 deve essere minore o uguale al rendimento certo del capitale obbligazionario a 5 anni alla scadenza.
Se consideriamo che acquistando, ad esempio, l’indice azionario MSCI World (azionario dei paesi sviluppati) sul massimo relativo di Agosto del 2000 dopo la congiuntura di 5 anni forse peggiore della storia recente, nell’Agosto del 2005 avrebbe sofferto una flessione del 32%, già mettendo in portafoglio obbligazioni quinquennali con un ipotetico rendimento del 6,4% annuo potremmo ipotizzare un’asset allocation 50-50 come a “rischio minimo” anche di fronte ad una sciagura come quella del “decennio perduto’ dell’inizio del XXI secolo. Con un più realistico rendimento obbligazionario del 3% circa 1/3 di azionario e 2/3 di obbligazionario avrebbero prodotto lo stesso risultato.
Il punto è che poi l’effetto protezione è in realtà minato dall’inflazione (tra il 2000 ed il 2005 ad esempio, in Italia si passò dalla lira all’euro, con un significativo boom dell’inflazione reale) e dalla tassazione (oltre ai costi di gestione), mentre le oscillazioni con 1/3 di azionario e 2/3 di obbligazioni potrebbero essere non proprio da chi apprezza il “Basso Rischio”.
Propongo quindi, a livello didattico (vi invito a non copiarla perché non avrebbe alcun senso), un’asset allocation basata su una “serenità deterministica” maggiormente strutturata e legata ai tassi d’interesse a breve termine, che indubbiamente non offrono grandi rendimenti, ma non “fissano” il rendimento a quello stabilito per le obbligazioni al momento 1 dell’investimento, indicizzandolo ad un potenziale maggior rialzo dei tassi in fasi d’inflazione elevata.
- 12,5% (1/8 del capitale) in capitale di rischio (azionario): l’investimento dovrebbe essere suddiviso replicando approssimativamente l’indice dei Paesi sviluppati, con 1/10 dell’esposizione azionaria (non di più) nei Paesi emergenti e/o di frontiera.
- 12,5% (1/8 del capitale) equamente suddiviso tra:
- obbligazioni societarie speculative (High Yield) a durata finanziaria corta (massimo 3–4 anni);
- obbligazioni indicizzate all’inflazione con maturità 4–5 anni, coerente con la durata del portafoglio.
- 16,5% in liquidità indicizzata ai tassi monetari dell’area di riferimento
(ad esempio il tasso EONIA in Europa). - 16,5% in titoli di Stato con buon merito creditizio, a scadenza breve
(non superiore a 3 anni). - 25% in titoli di Stato europei con scadenza compresa tra 4 e 5 anni (medio termine), sia tramite scaletta di obbligazioni sia mediante fondi/ETF. La scadenza dovrebbe essere congrua con la durata prescelta del portafoglio.
- 12% in obbligazioni societarie in euro di buona qualità (investment grade),
con scadenza tra 3 e 7 anni (medio termine), mantenendo una duration media di comparto prossima ai 5 anni. - 5% in titoli di Stato o obbligazioni societarie di Paesi emergenti,
denominati in euro oppure con copertura valutaria verso l’euro.
Conclusioni
In questo portafoglio abbiamo una quota inferiore ad ¼ del capitale legato a possibili correlazioni “di rischio sistemico” (azioni, obbligazioni di paesi emergenti, obbligazioni speculative societarie), contrapposto (bilanciato) ad ¼ equivalente di obbligazioni governative che ci offrono rendimento certo e protezione del capitale alla giusta scadenza (4-5 anni).
La funzione di quel 1/8 del portafoglio composto da obbligazioni a giusta maturity indicizzate all’inflazione e obbligazioni high yield dalla duration controllata è invece finalizzata ad arginare, a parità di rendimento, l’incognita inflazione.









