Cos’è lo staking e come funziona esattamente? La spiegazione degli esperti di Young Platform

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Cos’è lo staking? Come funziona? Quali sono le diverse tipologie di staking? Quanto si guadagna e quali sono i rischi dello staking?

Oggi risponderemo a tutte queste domande con l’aiuto di Filippo Pozzi, copy writer di Young Platform, l’exchange crypto 100% italiano.

Risponderemo a tutte queste domande con una sorta di intervista scritta.

Non perdiamo altro tempo. Andiamo subito al sodo!

Cos’è lo staking?

Matteo: Innanzitutto ciao Filippo e grazie per aver alimentato la mia curiosità sul mondo dello staking di criptovalute. Ammetto che è da qualche anno che ho perso un po’ di vista questo mondo. Mi fa quindi super piacere “sfruttarti” per approfondire la parte un po’ più pratica e tecnica dello staking di criptovalute. Una parte che probabilmente anche molti smanettoni del mondo crypto non conoscono. O conoscono solo in parte.

Prima di scendere nel tecnico però ti chiedo di partire dalle basi e spiegarci in termini super semplici cos’è lo staking.

Lo staking è un processo con cui tu, come utente, blocchi le tue criptovalute all’interno di un contratto digitale (smart contract). Facendo ciò, dimostri il tuo impegno ed esposizione alla rete e in cambio puoi partecipare attivamente alla validazione e alla messa in sicurezza di quest’ultima, basandosi sul meccanismo del Proof-of-Stake e venendo ricompensato secondo un sistema di incentivi con nuove criptovalute.

Quale è la Differenza tra Proof-of-Stake e Proof-of-Work?

Matteo: Potresti spiegarci brevemente come funziona la Proof-of-Stake e quali sono le differenze rispetto alla Proof-of-Work?

Il concetto di Proof-of-Stake viene introdotto per la prima volta da un certo “QuantumMechanic” all’interno di un forum dal nome bitcointalk.org, creato dallo stesso Satoshi (inventore di Bitcoin) per discutere di tecnologia blockchain nel lontano 11 luglio 2011. 

All’interno del post in questione dal nome “Proof of stake instead of proof of work” il nostro misterioso utente spiega la sua idea relativa a questo alternativo e rivoluzionario processo di approvazione delle transazioni.

Nello specifico, QuantumMechanic, spiega come secondo la sua visione, sarebbe possibile creare un meccanismo dal nome “proof-of-stake” appunto, nella quale, invece di basare il potere decisionale all’interno di un network sulla quota di risorse di elaborazione (potenza di calcolo – elettricità) che immetti nella rete, quest’ultimo debba essere ponderato sul numero di monete che puoi dimostrare di possedere, utilizzando le tue chiavi private.

Questo meccanismo sposta quindi la capacità di approvazione di nuove transazioni e di creazione di nuovi blocchi all’interno di una blockchain non più sulla base della potenza di calcolo messa a disposizione della rete (proof-of-work) ma dal numero di coin che dimostri di possedere, riducendo l’utilizzo dell’energia elettrica mediamente di oltre il 90%.

Come sappiamo con il senno del poi, la community di Bitcoin ha scartato questa proposta, mantenendo il suo processo di approvazione delle transazioni su base proof-of-work.

Nel corso degli anni a seguire però, moltissime realtà nate dopo il successo di Bitcoin, hanno studiato e poi sposato questo nuovo meccanismo di approvazione delle transazioni proposto da questo misterioso utente. 

Tra i casi più noti abbiamo sicuramente quello di Ethereum, che successivamente, con l’aggiornamento “the Merge” nel settembre 2022, è passato da un metodo di consenso proof-of-work ad un consenso di tipo proof-of-stake, introducendo così la possibilità dello staking per tutti i detentori di ETH.

Cosa succede agli asset in staking?

Matteo: Andiamo un po’ più sul pratico. Cosa succede concretamente quando una persona decide di mettere i propri asset in staking?

La prima cosa concreta che succede è che i tuoi asset vengono bloccati. A livello tecnico, stai spostando i tuoi asset dal tuo portafoglio personale a un contratto digitale (smart contract) all’interno della blockchain.

La maggior parte dei protocolli richiede questo blocco, noto come lockup, per un periodo di tempo che può variare da qualche giorno fino a qualche anno. Questo viene fatto per dimostrare al network il tuo impegno nel lungo periodo ed eliminare la possibilità di azioni malevole da utenti non esposti direttamente al network.

Una volta bloccati, come abbiamo detto, i tuoi asset ti danno la possibilità di partecipare alla validazione delle nuove transazioni e di creare nuovi blocchi principalmente attraverso due modalità, a seconda di quanto capitale possiedi e del tuo livello di conoscenza tecnica:

Se hai abbastanza monete (come per esempio 32 ETH necessari per Ethereum), puoi gestire direttamente un nuovo nodo validatore che prende il nome di full-node. In questo caso, sei tu a proporre e a attestare la correttezza dei nuovi blocchi, e i tuoi asset vengono direttamente impiegati per questo lavoro. Quest’ultima soluzione, oltre alla pura capacità economica, richiede anche una dimensione tecnica e un hardware non indifferente; difatti è riservata a utenti generalmente altamente specializzati.

Se però non hai la quantità minima o la capacità di creare un full-node, puoi comunque partecipare attivamente allo staking di una blockchain attraverso quello che prende il nome di Delegated Staking. Attraverso questo processo l’utente potrà delegare le sue monete a un nodo validatore professionale attraverso una staking pool, ovvero uno smart contract che ha il compito di unire in un unico punto gli asset di più individui. In questo modo, il tuo capitale si unisce a quello di altri, aumentando le possibilità del validatore di essere scelto per il compito e, di conseguenza, di ricevere le reward, che poi verranno suddivise in modo proporzionale ai partecipanti della pool.

Per far sì che l’intero processo venga perpetrato con onestà nel tempo e che quindi tutti i validatori agiscano nel bene della rete, nella praticamente totalità dei meccanismi proof-of-stake attualmente attivi, oltre al concetto di incentivo, si aggiunge il concetto di disincentivo.

Se un validatore, intenzionalmente o per errore, dovesse agire in modo scorretto—ad esempio, approvando transazioni false—e gli altri nodi validatori dovessero scoprirlo, il protocollo applica una punizione chiamata “slashing“. Questo comporta la confisca di una parte (o a volte di tutti) degli asset messi in staking dal validatore e dai suoi deleganti, rendendo così costosa la disonestà e creando così un incentivo a mantenere la rete sicura e affidabile.

Quanto si guadagna con lo staking?

Matteo: Rimaniamo sul pratico e rispondiamo ad una domanda che certamente interessa a tutti quelli che non hanno esperienza diretta con il mondo dello staking: quanto si guadagna effettivamente con lo staking?

Guadagnare con lo staking nella maggior parte dei casi significa, da una parte, ricevere tutta o una percentuale della nuova emissione di criptovalute generate dal protocollo stesso e dall’altra, guadagnare una percentuale delle commissioni di transazione pagate dall’utente per far approvare le proprie transazioni.

Questi due fattori permettono agli staker di guadagnare una percentuale di rendimento annuo (APY/APR) sulla quantità di criptovaluta messa in stake.

Il guadagno viene espresso in termini di tasso di ricompensa annuo (Annual Percentage Yield – APY o Annual Percentage Rate – APR) nella valuta messa in stake (es. un 5% di APY su 100 ETH produce 5 ETH all’anno).

Qualche esempio di APY/APR attualmente operativo è quello di Ethereum, che si aggira attualmente tra il 2% e il 5%, oppure quello di Solana, dove i rendimenti sono spesso più elevati, variando generalmente dal 4% fino al 9% APY, a seconda della fluttuazione dei fattori che ne influenzano la profittabilità.

Fattori come, per esempio, la percentuale di nuove coin distribuite agli staker rispetto al totale, al numero di transazioni e il costo delle commissioni in un determinato periodo storico che gli utenti sono disposti a pagare, o ancora al tasso di staking totale, con una relazione inversa nella quale maggiore è la percentuale di token in circolazione che viene bloccata per lo staking, minore sarà l’APY/APR per i singoli partecipanti e, al contrario, minore sarà la percentuale di token in circolazione messi in stake, maggiore sarà il rendimento per coloro che hanno messo in staking i propri fondi.

Insomma, questi sono i principali fattori che determinano il rendimento dello staking, ma, se siete interessati a partecipare a un protocollo di staking di un determinato progetto, il consiglio è quello di andarvi a leggere direttamente dalla documentazione ufficiale i parametri e le caratteristiche di quel determinato progetto, poiché ogni progetto detiene il suo metodo unico di premiare i propri stakers.

Cos’è il liquid staking?

Matteo: Ho sentito parlare anche di liquid staking. Cos’è il liquid staking e in cosa si distingue dallo staking tradizionale on-chain?

Il liquid staking è una soluzione più recente che risolve il problema della liquidità nel delegated staking.

Come abbiamo detto, infatti, una volta messi in staking i propri asset, questi subiscono un processo di blocco che ne limita le movimentazioni. Per superare tale limite negli ultimi anni si è sempre più reso famoso il concetto di “liquid stacking”.

Attraverso questo processo e all’utilizzo di piattaforme terze, come quella di LIDO nel caso di Ethereum, l’utente ottiene la possibilità di mettere in staking i propri fondi esattamente come abbiamo visto finora nel caso del delegated staking, con in aggiunta però la possibilità di ricevere una “ricevuta” di questa posizione di staking liberamente scambiabile.

Chiunque sia in possesso di questa ricevuta avrà il diritto di riscattare la posizione bloccata in staking all’interno del determinato network di riferimento. Questo meccanismo ha permesso agli utenti, pur mantenendo le loro posizioni di staking, di aggiungere la possibilità di potersi liberare velocemente di quest’ultima semplicemente attraverso la vendita di questa ricevuta.

Quali sono i rischi del liquid staking?

Matteo: Quali sono i rischi legati al liquid staking?

I principali problemi correlati al liquid staking sono due.

Il primo si riferisce a un problema relativo all’introduzione di un intermediario tra l’utente e i suoi fondi. Se infatti decidessi semplicemente di delegare i tuoi fondi attraverso una tradizionale pool di liquidità, tali fondi, nonostante non siano più fisicamente all’interno del tuo wallet, saranno comunque depositati all’interno di una pool alla quale l’utente ha più o meno libero accesso (in accordo con i limiti del lockup che abbiamo analizzato prima) senza nessun altro intermediario all’interno di questo scambio.

Nel caso del liquid staking, invece, tra l’utente e la pool di staking si intromette una terza entità che, come tutte le entità, aggiunge quello che prende il nome di rischio di controparte. Questo rischio risiede nella possibilità che quest’ultima venga hackerata, diventi insolvente o che si verifichi un’altra serie di più o meno possibili rischi associati all’inserimento di un’entità terza.

Dall’altro canto, spostandoci al problema numero due, vediamo il rischio di eccessiva concentrazione. Dato l’indiscutibile vantaggio che il liquid staking apporta all’utente finale, negli ultimi anni, come per esempio nel caso di Ethereum, la stragrande maggioranza degli utenti ha deciso di sfruttare questa soluzione, con il risultato che un’entità unica, in questo caso proprio quella di LIDO, è arrivata a possedere una percentuale di tutti gli ETH messi in staking vicina al 30% del totale, creando così un possibile rischio di concentrazione (il contrario di decentralizzazione) elevato per la rete.

Qual è il futuro dello staking?

Matteo: Grazie mille Filippo per aver chiarito questi argomenti molto tecnici. È stato super interessante. Prima di chiudere ti chiedo un’opinione generale sul futuro dello staking. Come pensi evolverà il ruolo dello staking nel mondo crypto nei prossimi anni?

Per capire il ruolo dello staking paradossalmente, a mio avviso bisogna guardare fuori dal mondo delle crypto, e più in particolare a quello della finanza tradizionale e delle sue regole.

La crescita degli ETF tematici a sfondo crypto già ora è, e probabilmente lo sarà sempre di più nei prossimi anni, un argomento che riempirà le prime pagine dei giornali finanziari. Capire come lo staking verrà integrato e soprattutto riconosciuto all’interno di questi strumenti, sia dal punto di vista di dichiarazione che di tassazione, sarà fondamentale per comprendere il futuro di questa che, a tutti gli effetti, è un’innovazione finanziaria come non se ne vedevano da decenni.

In questi termini, i casi più emblematici che ci possono permettere di ottenere una visione sul futuro dello staking sono quelli di Ethereum e di Solana.

Attualmente infatti, all’interno del mercato americano esistono già da diverso tempo degli ETP (Exchange-Traded Products), che sono prodotti molto simili agli ETF, che al loro interno includono le ricompense derivanti dallo staking delle monete all’interno di questi ultimi.

Per quanto riguarda gli ETF puri che includano lo staking però, la questione è stata storicamente più complessa dal punto di vista normativo, soprattutto da parte della SEC (Securities and Exchange Commission) che ha sempre frenato l’integrazione dello staking all’interno di questi strumenti finanziari con la motivazione di ancora non totale compliance regolamentare. 

Nonostante questo, il recente cambio di passo della dirigenza attuale americana in termini di regolamentazione crypto, secondo gli esperti del settore, ci permetterà già nei prossimi mesi di assistere ad una vera e propria esplosione di ETF con staking associato all’interno del mercato tradizionale americano.

In sintesi, capire come verrà gestito lo staking all’interno dei mercati tradizionali dai vari enti regolatori sarà cruciale per capire il futuro dello staking.

Matteo: Grazie mille Filippo per aver condiviso la tua visione. E soprattutto per averci chiarito una volta per tutte come funzionano le diverse tipologie di staking, i rischi e le opportunità di questo meccanismo!

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